Chapter 1 of 2 · A2 · Easy
Il lavoro di notte
The Little Florentine Scribe
Giulio faceva la quarta elementare. Era un bel ragazzo fiorentino di dodici anni, con i capelli neri e il viso bianco. Era il figlio maggiore di un impiegato delle ferrovie. La famiglia era grande e lo stipendio piccolo, così vivevano con pochi soldi.
Il padre amava molto Giulio ed era buono con lui in tutto, ma non nella scuola. Per la scuola era severo, perché Giulio doveva trovare presto un lavoro per aiutare la famiglia. Il padre non era più giovane, e il troppo lavoro lo aveva fatto invecchiare. Oltre al suo impiego, faceva anche altri lavori di sera. L'ultimo era per una casa editrice: doveva scrivere a mano il nome e l'indirizzo dei clienti su piccole strisce di carta, le fasce, per spedire i giornali. Guadagnava tre lire ogni cinquecento fasce. Ma questo lavoro lo stancava molto.
—I miei occhi se ne vanno —diceva a pranzo—. Questo lavoro di notte mi distrugge.
Un giorno Giulio gli disse:
—Babbo, fammi lavorare al posto tuo. Lo sai che scrivo come te, uguale.
—No, figlio mio. Tu devi studiare. La tua scuola è molto più importante delle mie fasce. Grazie, ma non voglio. E non parlarne più.
Giulio sapeva che era inutile insistere. Ma ecco che cosa fece. Sapeva che a mezzanotte in punto suo padre smetteva di scrivere e andava a letto. Una notte aspettò che il padre dormisse, si vestì piano piano, andò al buio nello studio, accese la lampada a petrolio e si sedette alla scrivania. Lì c'era un mucchio di fasce bianche e la lista degli indirizzi. E cominciò a scrivere, copiando perfettamente la scrittura di suo padre. Scriveva contento, con un po' di paura. Ogni tanto si fermava, si strofinava le mani, ascoltava e sorrideva. Ne scrisse centosessanta: una lira! Poi spense la lampada e tornò a letto in punta di piedi.
A pranzo il padre era di buon umore. Non si era accorto di niente, perché contava le fasce solo il giorno dopo.
—Eh, Giulio! —disse, battendogli una mano sulla spalla—. Tuo padre è ancora un buon lavoratore! Ieri sera, in due ore, ho fatto un terzo di lavoro in più del solito. La mano è ancora veloce, e gli occhi funzionano ancora.
Giulio, felice, pensava in silenzio: “Povero babbo, oltre ai soldi gli do anche la gioia di sentirsi più giovane. Coraggio!”
Così, ogni notte, dopo la mezzanotte, si alzava e lavorava. E il padre non capiva niente. Solo una volta, a cena, disse:
—Strano, quanto petrolio si consuma in questa casa ultimamente!
Giulio ebbe paura, ma il discorso finì lì.
Però Giulio dormiva troppo poco. La mattina si alzava stanco, e la sera, facendo i compiti, non riusciva a tenere gli occhi aperti. Una sera, per la prima volta nella sua vita, si addormentò sul quaderno.
—Su, su! Al lavoro! —gridò il padre.
Ma succedeva sempre più spesso. Giulio dormiva sui libri, studiava male, sembrava svogliato. Il padre cominciò a preoccuparsi e poi a rimproverarlo. Non lo aveva mai fatto prima!
—Giulio, tu non sei più quello di una volta. Non mi piace. Tutte le speranze della famiglia sono su di te.
Giulio si turbò. “Sì, è vero”, pensò. “Così non posso continuare. Devo smettere.”
Ma quella stessa sera, a cena, il padre disse con gioia:
—Sapete? Questo mese, con le fasce, ho guadagnato trentadue lire in più del mese scorso!
E tirò fuori un pacchetto di dolci per festeggiare. Tutti batterono le mani. Allora Giulio pensò: “No, povero babbo, non smetterò. Studierò di più di giorno, ma continuerò a lavorare di notte per te e per tutti.”
—Trentadue lire in più! Sono contento —disse il padre—. Solo quello là mi dà dei dispiaceri.
E indicò Giulio. Giulio accettò il rimprovero in silenzio. Aveva le lacrime agli occhi, ma nel cuore sentiva una grande dolcezza.