Глава 1 из 2 · Оригинал · Непросто · B2
Il tamburino sardo (1/2)
Маленький сардинский барабанщик
Nella prima giornata della battaglia di Custoza, il 24 luglio del 1848, una sessantina di soldati d’un reggimento di fanteria del nostro esercito, mandati sopra un’altura a occupare una casa solitaria, si trovarono improvvisamente assaliti da due compagnie di soldati austriaci, che tempestandoli di fucilate da varie parti, appena diedero loro il tempo di rifugiarsi nella casa e di sbarrare precipitosamente le porte, dopo aver lasciato alcuni morti e feriti pei campi. Sbarrate le porte, i nostri accorsero a furia alle finestre del pian terreno e del primo piano, e cominciarono a fare un fuoco fitto sopra gli assalitori, i quali, avvicinandosi a grado a grado, disposti in forma di semicerchio, rispondevano vigorosamente. Ai sessanta soldati italiani comandavano due uffiziali subalterni e un capitano, un vecchio alto, secco e austero, coi capelli e i baffi bianchi; e c’era con essi un tamburino sardo, un ragazzo di poco più di quattordici anni, che ne dimostrava dodici scarsi, piccolo, di viso bruno olivastro, con due occhietti neri e profondi, che scintillavano. Il capitano, da una stanza del primo piano, dirigeva la difesa, lanciando dei comandi che parean colpi di pistola, e non si vedeva sulla sua faccia ferrea nessun segno di commozione. Il tamburino, un po’ pallido, ma saldo sulle gambe, salito sopra un tavolino, allungava il collo, trattenendosi alla parete, per guardar fuori dalle finestre; e vedeva a traverso al fumo, pei campi, le divise bianche degli Austriaci, che venivano avanti lentamente. La casa era posta sulla sommità d’una china ripida, e non aveva dalla parte della china che un solo finestrino alto, rispondente in una stanza a tetto; perciò gli Austriaci non minacciavan la casa da quella parte, e la china era sgombra: il fuoco non batteva che la facciata e i due fianchi.
Ma era un fuoco d’inferno, una grandine di palle di piombo che di fuori screpolava i muri e sbriciolava i tegoli, e dentro fracassava soffitti, mobili, imposte, battenti, buttando per aria scheggie di legno e nuvoli di calcinacci e frantumi di stoviglie e di vetri, sibilando, rimbalzando, schiantando ogni cosa con un fragore da fendere il cranio. Di tratto in tratto uno dei soldati che tiravan dalle finestre stramazzava indietro sul pavimento ed era trascinato in disparte. Alcuni barcollavano di stanza in stanza, premendosi le mani sopra le ferite. Nella cucina c’era già un morto, con la fronte spaccata. Il semicerchio dei nemici si stringeva.
A un certo punto fu visto il capitano, fino allora impassibile, fare un segno d’inquietudine, e uscir a grandi passi dalla stanza, seguito da un sergente. Dopo tre minuti ritornò di corsa il sergente e chiamò il tamburino, facendogli cenno che lo seguisse. Il ragazzo lo seguì correndo su per una scala di legno ed entrò con lui in una soffitta nuda, dove vide il capitano, che scriveva con una matita sopra un foglio, appoggiandosi al finestrino, e ai suoi piedi, sul pavimento, c’era una corda da pozzo.
Il capitano ripiegò il foglio e disse bruscamente, fissando negli occhi al ragazzo le sue pupille grigie e fredde, davanti a cui tutti i soldati tremavano: — Tamburino!
Il tamburino si mise la mano alla visiera.
Il capitano disse: — Tu hai del fegato.
Gli occhi del ragazzo lampeggiarono.
— Sì, signor capitano, — rispose.
— Guarda laggiù, — disse il capitano, spingendolo al finestrino, — nel piano, vicino alle case di Villafranca, dove c’è un luccichìo di baionette. Là ci sono i nostri, immobili. Tu prendi questo biglietto, t’afferri alla corda, scendi dal finestrino, divori la china, pigli pei campi, arrivi fra i nostri, e dai il biglietto al primo ufficiale che vedi. Butta via il cinturino e lo zaino.
Il tamburino si levò il cinturino e lo zaino, e si mise il biglietto nella tasca del petto; il sergente gettò fuori la corda e ne tenne afferrato con due mani l’uno dei capi; il capitano aiutò il ragazzo a passare per il finestrino, con la schiena rivolta verso la campagna.
— Bada, — gli disse, — la salvezza del distaccamento è nel tuo coraggio e nelle tue gambe.
— Si fidi di me, signor capitano — rispose il tamburino, spenzolandosi fuori.
— Cùrvati nella discesa, — disse ancora il capitano, afferrando la corda insieme al sergente.
— Non dubiti.
— Dio t’aiuti.
In pochi momenti il tamburino fu a terra; il sergente tirò su la corda e disparve; il capitano s’affacciò impetuosamente al finestrino, e vide il ragazzo che volava giù per la china.
Sperava già che fosse riuscito a fuggire inosservato quando cinque o sei piccoli nuvoli di polvere che si sollevarono da terra davanti e dietro al ragazzo, l’avvertirono che era stato visto dagli Austriaci, i quali gli tiravano addosso dalla sommità dell’altura: quei piccoli nuvoli eran terra buttata in aria dalle palle. Ma il tamburino continuava a correre a rompicollo. A un tratto, stramazzò. — Ucciso! — ruggì il capitano, addentandosi il pugno. Ma non aveva anche detto la parola, che vide il tamburino rialzarsi. — Ah! una caduta soltanto! — disse tra sé, e respirò. Il tamburino, infatti, riprese a correre di tutta forza; ma zoppicava. — Un torcipiede, — pensò il capitano. Qualche nuvoletto di polvere si levò ancora qua e là intorno al ragazzo, ma sempre più lontano. Egli era in salvo. Il capitano mise un’esclamazione di trionfo. Ma seguitò ad accompagnarlo con gli occhi, trepidando, perchè era un affar di minuti: se non arrivava laggiù il più presto possibile col biglietto che chiedeva immediato soccorso, o tutti i suoi soldati cadevano uccisi, o egli doveva arrendersi e darsi prigioniero con loro. Il ragazzo correva rapido un tratto, poi rallentava il passo zoppicando, poi ripigliava la corsa, ma sempre più affaticato, e ogni tanto incespicava, si soffermava.
— Lo ha forse colto una palla di striscio, — pensò il capitano, e notava tutti i suoi movimenti, fremendo, e lo eccitava, gli parlava, come se quegli avesse potuto sentirlo; misurava senza posa, con l’occhio ardente, lo spazio interposto fra il ragazzo fuggente e quel luccichìo d’armi che vedeva laggiù nella pianura in mezzo ai campi di frumento dorati dal sole. E intanto sentiva i sibili e il fracasso delle palle nelle stanze di sotto, le grida imperiose e rabbiose degli ufficiali e dei sergenti, i lamenti acuti dei feriti, il rovinìo dei mobili e dei calcinacci. — Su! Coraggio! — gridava, seguitando con lo sguardo il tamburino lontano, — avanti! corri! Si ferma, maledetto! Ah! riprende la corsa. — Un ufficiale venne a dirgli ansando che i nemici, senza interrompere il fuoco, sventolavano un panno bianco per intimare la resa. — Non si risponda! — egli gridò, senza staccar lo sguardo dal ragazzo, che era già nel piano, ma che più non correva, e parea che si trascinasse stentatamente. — Ma va’! ma corri! — diceva il capitano stringendo i denti e i pugni; — ammazzati, muori, scellerato, ma va’! — Poi gettò un’orribile imprecazione. — Ah! l’infame poltrone, s’è seduto! — Il ragazzo, infatti, di cui fino allora egli aveva visto sporgere il capo al disopra d’un campo di frumento, era scomparso, come se fosse caduto. Ma dopo un momento, la sua testa venne fuori daccapo; infine si perdette dietro alle siepi, e il capitano non lo vide più.