Глава 1 из 12 · Оригинал · Непросто · B2
Capitoli I e II
Пипи, розовая обезьянка
Capitolo I
Perchè a Pipì fu dato il soprannome di “Scimmiottino color di rosa.”
Nel famosissimo bosco di Vattel’a pesca, c’era una volta una piccola famiglia composta di sette scimmie: il babbo, la mamma e cinque scimmiottini alti quanto un soldo di cacio.
Questa famigliola abitava fra i rami di un albero gigantesco, in mezzo a una foresta, e pagava quindici susine l’anno di pigione a un vecchio gorilla prepotente, che si era messo in capo di essere il padrone di casa.
Dei cinque scimmiottini, quattro avevano il pelame di un colore scuro come la cioccolata: ma il quinto, invece, ossia il più piccolo di loro, fosse scherzo di natura o altro, fatto sta che era tutto ricoperto, salvo il musino, da una finissima lanugine di color vermiglio carnicino, come le foglie della rosa maggese. Ed è per questa ragione che in casa e fuori di casa lo chiamavano tutti in canzonatura col soprannome di Pipì, parola che nella lingua parlata delle scimmie, vuol dire precisamente color di rosa.
Pipì non somigliava punto nè a’ suoi fratelli, nè agli altri scimmiottini del vicinato.
Aveva un musino vispo e intelligente: un par di occhietti furbi, che non stavano fermi un minuto: una bocchina che rideva sempre, e un personalino asciutto e flessibile, come un gambo di giunco. Era, insomma, come suol dirsi, uno scimmiottino fatto proprio col pennello.
Vedendolo così di prim’acchito, si poteva quasi scambiarlo per un ragazzino di otto o nove anni, per la gran ragion che Pipì faceva il chiasso e i balocchi, come un ragazzo: correva dietro alle farfalle e andava in cerca di nidi, come i ragazzi: era ghiottissimo delle frutta acerbe, come i ragazzi: mangiava ogni cosa e mangiava sempre, come i ragazzi: e dopo aver mangiato ben bene, si ripuliva la bocca con le mani, come fanno i ragazzi e segnatamente i ragazzi poco puliti.
Ma la più gran passione di Pipì volete sapere qual’era?
Era quella di scimmiottare tutto quello che vedeva fare agli uomini.
Un giorno, fra gli altri, mentre andava per la foresta a caccia di cicale e di grilli, vide a poca distanza un giovanetto seduto a piè d’un albero, che se ne stava tranquillamente fumando la sua pipa.
A quella vista, Pipì spalancò tanto d’occhi e rimase come incantato.
— Oh! — diceva dentro di sè — se potessi avere una pipa anch’io!... Oh se potessi anch’io farmi uscire que’ bei nuvoli di fumo dalla bocca! Oh se potessi tornarmene a casa, fumando come un camminetto acceso! Chi lo sa con che occhi d’invidia mi guarderebbero i miei quattro fratelli!
Mentre allo scimmiottino frullavano per il capo queste bellissime cose, ecco che il giovinetto, un po’ per la stanchezza e un po’ per il gran bollore della giornata, lasciò andare due sonori sbadigli, e posata la sua pipa sull’erba, si addormentò.
Che cosa fece allora quel birichino di Pipì?
Si avvicinò pian pianino, in punta di piedi, al giovinetto che dormiva; e rattenendo perfino il fiato, allungò adagino adagino una zampa, prese con una velocità incredibile la pipa che era posata sull’erba, e poi, via a gambe come il vento.
Appena arrivato a casa, chiamò subito, tutt’allegro, il babbo, la mamma e i fratelli; e in presenza a loro, infilatosi quel pipone fra i labbri, cominciò a fumare con lo stesso garbo e con la stessa disinvoltura, come avrebbe fatto un vecchio marinaio.
La mamma e i fratelli, a vedergli uscir di bocca quelle nuvole di fumo, ridevano come matti: ma il suo babbo, che era uno scimmione pieno di giudizio e di esperienza di mondo, gli disse in tono di avvertimento salutare:
― Bada, Pipì! A furia di scimmiottare gli uomini, un giorno o l’altro diventerai un uomo anche tu.... e allora! Allora te ne pentirai amaramente, ma sarà troppo tardi! ―
Impensierito da queste parole, Pipì gettò via la pipa di bocca e non fumò più.
Eppure bisogna convenire che quella pipa rubata gli portò disgrazia.
Difatti, pochi giorni dopo, Pipì venne colpito da un orribile infortunio! Lo sciagurato perdè per sempre la sua bellissima coda: una coda così bella, che bastava averla vista una volta, per non potersela mai più dimenticare.
Come andò che Pipì perdè la sua magnifica coda?
È una storia crudele e dolorosa, che fa venire le lacrime agli occhi soltanto a pensarvi; e io ve la racconterò in quest’altro capitolo.
Capitolo II
Come andò che Pipì perse la sua bellissima coda.
Bisogna dunque sapere che, appena usciti fuori di quella foresta, dove stavano di casa Pipì e la sua famigliola, si trovava subito un gran lago abitato da un vecchio coccodrillo, che contava oramai circa duemil’anni di vita.
Arabà-Babbà (così chiamavasi il vecchio coccodrillo) divenuto cieco degli occhi a cagione dell’età decrepita, e non potendo più guadagnarsi un boccon di pane col sudore della sua fronte, era condannato a starsene dalla mattina alla sera rasente alla riva del lago, con la testa fuori dell’acqua e con la bocca sempre spalancata, aspettando che tutti quelli che passavano di là, uomini o bestie che fossero, mossi a compassione di lui, gli gettassero in bocca qualche cosa di masticabile, tanto da non morir di fame e da tirarsi avanti almeno per un altro migliaio d’anni.
E tutti i passanti, uomini o bestie che fossero, bisogna dir la verità, non mancavano mai di fare un po’ di elemosina al povero vecchio.
E anche Pipì lo soccorreva frequentemente: ma quella birba, spesso e volentieri, invece di dargli o una frutta o un pesciolino morto, si divertiva a mettergli in bocca ora una manciata di sassolini, ora un fastello di stecchi e di ortica, ora un chiodo o un arpione arrugginito, trovati per caso lungo la strada.
Ma il vecchio coccodrillo non si arrabbiava per questi scherzi sguaiati. Tutt’altro!
Risputava tranquillamente i sassolini, gli stecchi, le ortiche e i chiodi, e soltanto scoteva leggermente il capo, come per dire:
— Bada, monello! O prima o poi, una le paga tutte!... —
Un giorno Pipì, quasi impermalito di vedere che i suoi scherzi non facevano nè caldo nè freddo, domandò al coccodrillo, atteggiandosi a ingenuo e a innocentino:
— Dite, Arabà; dacchè siete al mondo, ne avete trovati mai degl’impertinenti, che vi abbiano fatto qualche dispetto o qualche burla sgarbata?
— Se ne ho trovati, scimmiottino mio! Nel mondo, per tua regola, c’è più impertinenti che mosche.
— Dite, Arabȧ: e quando i monelli vi fanno qualche dispetto, voi non vi risentite mai?
— Caro mio! In tanti anni di vita ho imparato che la più gran virtù dei vecchi è quella di saper sopportare i giovani con pazienza e rassegnazione.
— Dunque, dacchè siete al mondo, non vi siete arrabbiato mai, mai, mai?
Il coccodrillo, prima di rispondere, ci pensò un poco, e poi disse:
— Una volta sola. E sai chi fu che mi fece andare su tutte le furie? Fu uno scimmiottino, su per giù, della tua etȧ....
— E che cosa vi fece questo scimmiottino? — domandò Pipì, con una curiosità vivissima.
― Questo monellaccio, non saprei dirti come, era venuto a sapere che io curavo moltissimo il solletico sulla punta del naso. Allora che cosa inventò per darmi noia? Salì sopra uno di questi alberi, che circondano il lago, e calandosi di ramo in ramo, arrivò con la punta della sua coda a farmi il pizzicorino sul naso. Figurati io! Mi trovai attaccato da una tal convulsione di riso, che durai a ridere e a ballare nell’acqua per una settimana intera! Credevo quasi di morire!
— Davvero!... Oh povero Arabà!... — disse Pipì con falsa compassione.
E dopo se ne andò di corsa: e a quante scimmie e scimmiottini incontrava per la strada, ripeteva a tutti ridendo queste parole:
— Volete divertirvi? volete veder ballare il vecchio Arabà? Venite domattina sul lago, e io vi farò assistere a questo bellissimo spettacolo. —
La mattina dopo, come potete immaginarvelo, c’era sulla riva del lago una folla immensa.
Tutti aspettavano che Arabà ballasse il trescone.
Quand’ecco Pipì, che salito sopra un albero sporgente sull’acqua, cominciò a calarsi giù di ramo in ramo, e tenendosi penzoloni per aria, si allungò e si distese tanto, da poter toccare con la punta della sua coda il naso del coccodrillo.
Ma il coccodrillo, appena sentì la coda di Pipì, chiuse la bocca, e zaff..., con un semplice morso dato a tempo, gliela staccò di netto fin dal primo nodello.
Lo scimmiottino cacciò un grido acutissimo di dolore: e buttandosi di sotto all’albero, si dètte a scappare verso la foresta.
Arrivato vicino a casa, vi lascio pensare come rimase, quando, portandosi una mano di dietro, si accorse che la sua coda non c’era più.
La coda era rimasta in bocca al coccodrillo, che a quell’ora l’aveva bell’e digerita.
Preso dalla disperazione e vergognandosi a farsi vedere dalla sua famiglia in quello stato compassionevole di scimmiottino scodato, Pipì infilò per una viottola solitaria, camminando all’impazzata fino a notte chiusa, senza sapere neanche lui dove andasse a battere il capo.
Finalmente, non potendone più dalla stanchezza e dal sonno, si sdraiò sopra un monticello di frasche secche per riposarsi un poco.
E in quel mentre che era lì lì per appisolarsi, sentì negli orecchi una voce minacciosa, che gli gridò imperiosamente:
— Rendimi la mia pipa!... —
Lo scimmiottino, svegliandosi tutto spaventato, voleva fuggire; ma non potè: perchè in men che non si dice, si trovò preso, rinchiuso in un sacco e caricato sulla groppa di una bestia con quattro zampe, che cominciò a correre di gran carriera.
― Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tanta foga? — pensava lo scimmiottino tremando dalla paura. Se per caso è un leone, sono bell’e perduto!... Se per disgrazia è una tigre, peggio che mai!... Se è una iena o un leopardo, non c’è più scampo per me!... Oh me disgraziato! Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tanta foga?... —
Per buona fortuna, la bestia cominciò a ragliare.... e allora Pipì sentì allargarsi il cuore dalla contentezza.
Quel raglio fu l’unica consolazione che avesse il povero Pipì durante il suo misterioso viaggio, rinchiuso in un sacco!