Глава 1 из 7 · A2 · Легко
Mario e le favole
Удавшаяся шутка
Mario Samigli era uno scrittore di quasi sessant'anni. Quarant'anni prima aveva pubblicato un romanzo, Una giovinezza, ma nessuno lo aveva letto. Il romanzo era morto, anzi non era mai stato vivo. Mario invece viveva tranquillo, a Trieste, con un piccolo impiego che gli dava pochi soldi e poco lavoro.
Mario aveva un bel sogno: a sessant'anni si sentiva ancora destinato alla gloria. Non per quello che aveva fatto, né per quello che sperava di fare, ma così, per pigrizia: non aveva mai avuto la forza di distruggere quella convinzione nata tanti anni prima. La vita gli aveva rotto qualche osso, ma gli aveva lasciato la cosa più importante: la stima di se stesso. Così attraversava la sua vita povera sempre soddisfatto.
Pochi conoscevano il suo orgoglio, perché Mario lo nascondeva bene. Ma a volte, quando giudicava con sicurezza gli scrittori vivi e morti, o citava se stesso come un maestro, gli altri ridevano un po'. E Mario diventava rosso. Il riso, però, non era cattivo. Così stavano tutti bene: Mario, i suoi amici e anche i suoi nemici.
Per molti anni Mario non scrisse quasi niente. Sul suo tavolo c'erano sempre la penna e la carta bianca. Furono gli anni più felici, pieni di sogni e senza fatica. Scrivere un altro romanzo era impossibile. Così, alla fine, abbandonò gli uomini e cominciò a scrivere favole sugli animali: storie brevi, brevi, con una piccola morale.
All'inizio scriveva di animali che conosceva poco, come leoni ed elefanti. Poi scrisse di animali che credeva di conoscere, come la mosca. In una favola, per esempio, un uomo schiacciava una mosca fastidiosa e le gridava: “Ti ho fatto un favore: adesso non sei più una mosca!” Così ogni mattina, con il caffè, aveva pronta una favola.
Poi venne la guerra. Trieste allora era austriaca, e Mario era uno dei pochi scrittori italiani rimasti in città. Quando scoppiò la guerra con l'Italia, ebbe paura che la polizia austriaca lo arrestasse e lo condannasse a morte. Era un terrore, ma anche una speranza: i giudici avrebbero dovuto leggere e studiare il suo romanzo! E forse, dopo averlo letto, gli avrebbero salvato la vita come premio. Per prudenza, però, scrisse solo favole dal significato poco chiaro. Per esempio, la storia di un gigante forte che vinceva sempre, ma alla fine moriva nel fango di una palude. Chi poteva dire che il gigante era la Germania? Ma la polizia non sapeva niente della letteratura locale e lo lasciò in pace per tutta la guerra.
Più tardi Mario trovò i protagonisti migliori per le sue favole: i passeri. Ogni giorno dava loro briciole di pane nel suo piccolo cortile, anche se il pane, in quegli anni di guerra, era raro. Passava molto tempo a guardarli. La sera li sentiva cinguettare sui tetti e pensava che si raccontassero le avventure della giornata, e la mattina che si raccontassero i sogni della notte. Erano come lui: vivevano tra la vita reale e i sogni.
Osservò che i passeri non mangiano mai dove si getta il pane: prendono una briciola e scappano, come ladri. E scrisse questa favola: “Un uomo generoso, per molti anni, aveva dato ogni giorno il pane agli uccellini, ed era sicuro che fossero pieni di gratitudine. Invece gli uccellini lo consideravano uno stupido, perché da tanti anni gli rubavano il pane e lui non era mai riuscito a prenderne neanche uno.”
Era strano: Mario sembrava sempre allegro, ma le sue favole erano amare. E la notte, nel sonno, sospirava e gridava, come se protestasse. Forse nei sogni diceva quello che di giorno nascondeva: “Io merito di più, io merito altro!”