Era l'ultimo giorno dell'anno, a Roma. Il conte Andrea Sperelli aspettava una donna nella sua bella casa del palazzo Zuccari, vicino a Trinità dei Monti. Le stanze erano piene di oggetti d'arte, di tappeti antichi e di rose.
Andrea era un giovane nobile, ricco ed elegante. Era poeta e artista: scriveva versi e faceva incisioni. Veniva da una famiglia antica, in cui da generazioni tutti amavano l'arte e la bellezza. Suo padre gli aveva insegnato: “Bisogna fare la propria vita come si fa un'opera d'arte.” Ma Andrea non aveva una vera volontà. Viveva solo per il piacere e per la bellezza.
La donna che aspettava era Donna Elena Muti, una duchessa bellissima. Quasi due anni prima erano stati amanti. Si erano conosciuti a una cena, in casa di una cugina di Andrea, la marchesa Francesca d'Ateleta. Il giorno dopo si erano rivisti a un'asta di oggetti antichi, sotto la pioggia. Poi era cominciato un grande amore: giorni pieni di rose, di arte e di passione.
Ma un giorno di marzo Elena aveva voluto fare una passeggiata in carrozza lungo la via Nomentana, fuori città. Al tramonto gli aveva detto addio. Era partita all'improvviso da Roma, senza spiegare perché. Pochi mesi dopo Andrea aveva letto sul giornale che Elena si era sposata con un signore inglese, Lord Heathfield.
Ora Elena era tornata a Roma, e quel giorno venne da lui. Era ancora bellissima. Andrea la guardava e pensava: “Questa donna è stata mia.” Ma Elena gli disse: “Ti voglio ancora bene. Voglio essere la tua sorella più cara, la tua amica più dolce.” Andrea rispose duramente: “Che cosa me ne faccio della tua pietà di sorella?” Elena gli disse addio e se ne andò.
Dopo la partenza di Elena, Andrea si era consolato con altre donne. Cercava il piacere dappertutto, ma non era mai felice. Un giorno, alle corse dei cavalli, ebbe una lite con un altro signore, Giannetto Rùtolo. I due si sfidarono a duello con la spada. Andrea era un grande schermidore e ferì il rivale due volte. Ma all'ultimo assalto Rùtolo lo colpì in pieno petto. Andrea cadde svenuto. La ferita era grave: la spada aveva toccato il polmone.